Dalle porte dell'altare al cuore della Messa
Il "Confiteor", che i fedeli chiamano familiarmente "Io Confesso" per le sue prime parole, affonda le sue radici nella pietà dell'alto Medioevo. Già nei secoli IX e X compaiono formule di confessione generale che il sacerdote e i ministri recitavano in privato prima di salire all'altare, all'interno delle cosiddette apologiae e delle preghiere ai piedi degli gradini. Erano un modo per riconoscersi peccatori prima di toccare le cose sante, una soglia di umiltà che si attraversava prima di cominciare.
Con il Messale di san Pio V (1570) questa preghiera fu fissata e arricchita con l'invocazione nominale della Vergine, di san Michele, di san Giovanni Battista e degli apostoli Pietro e Paolo. Dopo il Concilio Vaticano II, il Messale di Paolo VI (1969-1970) l'ha riportata a una forma più sobria e l'ha collocata nel posto che oggi occupa: l'atto penitenziale, all'inizio stesso della Messa, rivolto non più solo al ministro ma a tutta l'assemblea riunita. Così, ciò che era nato come preghiera silenziosa del celebrante è diventato la voce comune del popolo che, prima di ascoltare la Parola e spezzare il Pane, confessa a una sola voce il proprio bisogno di misericordia.
Testo completo del "Confiteor"
Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi, fratelli e sorelle, di pregare per me il Signore Dio nostro.
L'originale latino
È il Confiteor, ed è chiamato così nei libri liturgici per via delle sue prime parole.
Confíteor Deo omnipoténti et vobis, fratres, quia peccávi nimis cogitatióne, verbo, ópere et omissióne: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa.
Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, omnes Angelos et Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum Deum nostrum.
Riflessione e significato
C'è un'esperienza che si ripete in ogni ritiro: la persona che ha camminato di più nella fede è, quasi sempre, quella che con più verità si riconosce peccatrice. Non è un paradosso, è la logica del Vangelo. Più ci siamo vicini alla luce, più nitide diventano le nostre ombre. Il "Confiteor" è precisamente questo: un atto di verità. Non ci umilia, ci colloca. E da quel luogo veritiero, tutto il resto della Messa può cominciare.
Conviene soffermarsi sul primo movimento della preghiera: "a Dio onnipotente e a voi, fratelli". Il peccato ha una duplice ferita. Offende Dio e danneggia il Corpo che è la Chiesa. Perciò la confessione non è mai una questione privata tra la mia coscienza e il cielo. Il Catechismo ricorda che la Chiesa è "santa e insieme sempre in necessità di purificazione" e che avanza "per il cammino della penitenza e del rinnovamento" (CCC 827). Quando confesso ad alta voce, insieme ad altri, sto riconoscendo di appartenere a un popolo che si sostiene a vicenda nella debolezza.
La triplice confessione —"in pensieri, parole, opere e omissioni"— è di una sapienza disarmante. Non basta non fare il male; pesa anche il bene che ho tralasciato di fare, la parola di consolazione che ho taciuto, il gesto che non ho compiuto. Sant'Ignazio chiedeva nell'esame quotidiano di discernere non solo i peccati di commissione, ma quelle omissioni che molte volte raffreddano l'anima senza fare rumore. Il "Confiteor" è, in miniatura, quell'esame portato nel cuore della liturgia.
Poi arriva il gesto: battersi il petto mentre si ripete "per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa". Non è teatro. Sant'Agostino, commentando quanti si battono il petto nella preghiera, osservava che quel gesto cerca di portare alla luce ciò che è nascosto dentro, di far uscire il peccato occulto affinché la confessione lo dissolva. È lo stesso movimento del pubblicano che, non osando alzare gli occhi al cielo, si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi pietà di me peccatore" (Lc 18,13). Gesù disse che quell'uomo tornò a casa sua giustificato. La preghiera dell'umiltà si abbassa sempre per poter essere innalzata.
San Giovanni lo ha formulato con chiarezza apostolica: "Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci" (1 Gv 1,8-9). Qui sta il frutto: la confessione sincera non finisce nella colpa, ma nella fiducia. Il Catechismo insegna che Dio "non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva", e che la sua misericordia è più grande del nostro cuore (cfr. CCC 1846-1848). Riconoscere la propria fragilità non è una sconfitta; è aprire la porta da cui entra la grazia.
La fine della preghiera ci toglie dalla solitudine. Chiediamo a santa Maria, agli angeli, ai santi e ai fratelli di intercedere per noi. Non compariamo soli davanti a Dio: lo facciamo sostenuti dalla comunione dei santi, quella rete di preghiera che il Catechismo descrive come l'aiuto di coloro che, "più intimamente uniti a Cristo", consolidano in santità tutta la Chiesa (cfr. CCC 956). Per chi ha vissuto un incontro con Cristo risorto, questa è la buona notizia nascosta nel "Confiteor": che il cammino di ritorno a casa non si percorre mai da soli, e che alla fine del riconoscimento sincero non attende un giudice, ma un Padre.
La radice biblica: confessare ad alta voce e davanti agli altri
Ciò che più sorprende di questa preghiera chi la ascolta per la prima vez è che non si rivolge solo a Dio: si confessa «a voi, fratelli». Questa non è una licenza liturgica, viene dalla lettera di Giacomo:
St 5, 16
E il gesto che l'accompagna — battersi il petto — è quello del pubblicano della parabola, che non osava neppure alzar gli occhi al cielo e si batteva il petto dicendo «o Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18, 13). La preghiera non inventa una postura: riproduce quella di un personaggio del Vangelo che Gesù pone come esempio di fronte al fariseo.
Il testo che usiamo qui è quello ufficiale della Spagna: «ante vosotros, hermanos» e «intercedáis». In Ispanoamerica lo stesso testo dice «ante ustedes, hermanos» e «intercedan». Non sono due versioni diverse della preghiera, ma la stessa adattata all'uso di ogni paese.
Dove e quando si recita
- Nell'atto penitenziale della Messa, all'inizio, come prima risposta dell'assemblea. È il suo luogo proprio.
- A Compieta, l'ora ultima del giorno nella Liturgia delle Ore, dove funziona come esame prima di dormire.
- Nella preghiera personale, come formula di esame di coscienza, da sola o prima di accostarsi al sacramento della penitenza.
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Domande frequenti
Il Confiteor perdonai peccati?
Non sostituisce la confessione sacramentale. L'atto penitenziale della Messa rimette i peccati veniali; quelli gravi si perdonano nel sacramento della penitenza. Conviene averlo chiaro, perché è la confusione più diffusa su questa preghiera.
Perché si dice «per mia colpa» tre volte?
Traduce il mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa del testo latino. La ripetizione serve affinché la confessione non venga sbrigata in fretta, ed è accompagnata dal gesto di battersi il petto.
Cos'è il peccato di omissione?
Non fare il bene che si poteva e si doveva fare. È la quarta porta che menziona la preghiera, e quella che di solito rimane fuori da un esame di coscienza concentrato solo su ciò che si è fatto.
È la stessa cosa dell'atto di dolore?
No. Il Confiteor è una confessione pubblica di aver peccato, al plurale e davanti all'assemblea. L'atto di dolore è un dolore personale dei peccati con il proposito di emendarsi, e si recita soprattutto nella confessione individuale.
Perché ci si confessa «a voi, fratelli» e non solo davanti a Dio?
Perché il peccato non è mai solo una questione privata: colpisce la comunità. La lettera di Giacomo già esorta a confessare i peccati gli uni agli altri e a pregare gli uni per gli altri.
Fonti
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 827 (la Chiesa santa e sempre in necessità di purificazione).
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1846-1848 (il peccato e la misericordia divina).
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 956 (l'intercessione dei santi e la comunione dei santi).
- Vangelo di san Luca 18,9-14 (parabola del fariseo e del pubblicano).
- Prima lettera di san Giovanni 1,8-9 (la confessione dei peccati e il perdono di Dio).
- Ordinamento Generale del Messale Romano, n. 51 (descrizione dell'atto penitenziale nella celebrazione eucaristica).
Sull'autore
Javier Morales ha diretto più di duecento ritiri nella rete di Emmaus Spagna nel corso di dodici anni. La sua formazione combina la spiritualità ignaziana con la tradizione del movimento Emmaus: il cammino interiore, il discernimento e l'incontro personale con Cristo risorto come motore della conversione.
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