Santa Rosalia e la peste del 1624: l'invenzione delle reliquie, il cardinale Giannettino Doria e l'identità civica di Palermo

Pintura que representa a Santa Rosalía de Palermo en la gloria.

La peste del 1624 e l'arrivo della nave da Tunisi

Il 7 maggio 1624 entrò nel porto di Palermo un vascello mercantile proveniente da Tunisi che trasportava merci infette e schiavi cristiani riscattati. Nonostante le tempestive disposizioni sanitarie e i tentativi di isolamento predisposti dalle autorità del Senato palermitano, l'infezione da peste bubbonica si propagò rapidamente attraverso i quartieri più popolosi della capitale siciliana. Nel giro di poche settimane, il sistema ospedaliero urbano collassò e le tradizionali devozioni rivolte alle quattro antiche patrone della città — le sante Agata, Cristina, Ninfa e Oliva — non sembrarono arginare l'avanzata inesorabile dell'epidemia.

La drammatica crisi epidemiologica pose le magistrature civiche e la corte arcivescovile dinanzi a una paralisi amministrativa, demografica e spirituale senza precedenti. In questo clima di emergenza pubblica, tra cordoni sanitari, lazzaretti improvvisati e un'allarmante mortalità registrata dai verbali municipali, la memoria di un'antica anacoreta del periodo normanno tornò a emergere dalle tradizioni devozionali e dai racconti popolari, incanalando le speranze dell'intera popolazione palermitana.

L'anacoretismo medievale sui monti Sicani e a Monte Pellegrino

Le origini storiche della figura di santa Rosalia affondano nell'anacoretismo del XII secolo, sviluppatosi in Sicilia durante l'età normanna. La tradizione storiografica colloca la sua nascita intorno al 1130 a Palermo, ricollegandola in epoche posteriori alla famiglia comitale di Sinibaldo, signore di Quisquina. Allontanatasi dalla vita nobiliare della corte di Ruggero II, la giovane scelse un regime di rigorosa solitudine eremitica.

Il suo primo ritiro si consumò in una grotta boscosa situata nei monti Sicani, presso l'odierna Santo Stefano Quisquina, tra il 1150 e il 1162. Successivamente, la religiosa si trasferì sull'impervia altura del Monte Pellegrino, promontorio calcareo che domina il golfo di Palermo, dove visse gli ultimi anni della propria esistenza terrena fino alla morte, avvenuta in isolamento il 4 settembre del 1166 o del 1170. Non vi sono prove documentarie contemporanee di un'affiliazione formale all'ordine basiliano italo-greco o alla regola benedettina, delineando piuttosto un'esperienza anacoretica autonoma tipica del monachesimo eremitico mediterraneo.

Il ritrovamento del 15 luglio 1624 nella grotta calcarea

Mentre la peste continuava a mietere centinaia di vittime in città, il 15 luglio 1624 alcuni fedeli palermitani, guidati da testimonianze devozionali orali e da indicazioni spirituali attribuite alla popolana Girolama La Gattuta, intrapresero scavi all'interno della grotta di Monte Pellegrino. Sotto spessi strati di deposito calcareo e concrezioni stalagmitiche vennero alla luce frammenti ossei incastonati nella roccia viva, emananti secondo i testimoni dell'epoca una singolare fragranza floreale.

Il ritrovamento, descritto negli atti della corte arcivescovile come una vera e propria inventio di reliquie sacre, catalizzò immediatamente l'attenzione del popolo stremato dall'epidemia. I resti vennero estratti con cautela e trasportati temporaneamente nella cappella del palazzo arcivescovile per sottrarli alla dispersione devozionale e sottoporli a un'indagine formale di verifica anatomica e teologica.

La commissione medica e teologica del cardinale Giannettino Doria

L'arcivescovo di Palermo, il cardinale genovese Giannettino Doria, gestì la situazione con estrema prudenza canonica, evitando dichiarazioni premature o facili entusiasmi. Doria istituì prontamente una commissione mista composta da medici, chirurghi, teologi e canonisti con l'incarico di esaminare la morfologia delle ossa, stabilire con precisione se appartenessero a un corpo umano femminile e valutare la coerenza delle testimonianze storiche locali.

L'attività di governo del porporato, documentata nel contesto politico della Sicilia dell'epoca attraverso il profilo di Giannettino Doria nel Dizionario Biografico degli Italiani, si inseriva nella delicata transizione dei poteri vicereali spagnoli. Dopo un iniziale scetticismo da parte di alcuni periti anatomisti, la commissione giunse all'unanimità nell'attestare la compatibilità anatomica dei resti e nel riconoscere la continuità del culto medievale della vergine palermitana.

Le visioni di Vincenzo Bonelli e la memoria agiografica del 1625

Nel febbraio del 1625 le cronache municipali e agiografiche registrarono il racconto del cacciatore Vincenzo Bonelli. Secondo la tradizione verbalizzata negli atti cittadini, l'uomo, colpito dalla peste e salito sul monte con l'intenzione di gettarsi nel vuoto dopo la morte della moglie, ricevette l'apparizione della santa, che gli ingiunse di comunicare all'arcivescovo Doria la necessità di portare le reliquie in solenne processione per le vie di Palermo per ottenere la liberazione dal morbo.

Questi resoconti, che appartengono al genere agiografico barocco delle testimonianze miracolistiche e non a una dinamica empiricamente verificabile, servirono a rinsaldare il legame emotivo tra la cittadinanza e la figura dell'eremita. L'episodio spinse il Senato palermitano a sollecitare la pubblica ostensione dei resti sacri, mentre le autorità continuavano ad applicare i cordoni sanitari e i decreti di quarantena.

La processione del 9 giugno 1625 e il declino del contagio

Il 9 giugno 1625 si tenne la prima processione generale delle reliquie di santa Rosalia, presieduta dal cardinale Giannettino Doria e accompagnata dai senatori, dal clero secolare, dagli ordini religiosi e dalle maestranze civiche. I resti sacri percorsero l'antico asse del Cassaro, attraversando i quattro mandamenti della città tra canti liturgici e invocazioni corali.

Nei mesi successivi al corteo sacro, complici le misure di isolamento igienico-sanitario adottate e il naturale esaurimento della curva epidemica, il numero dei decessi registrò una costante e progressiva flessione fino alla dichiarazione ufficiale della fine della peste. La popolazione attribuì la salvezza all'intercessione diretta dell'anacoreta, che venne acclamata come patrona principale ed esclusiva di Palermo, surclassando il precedente patrocinio condiviso delle quattro sante storiche.

Urbano VIII e l'iscrizione nel Martirologio Romano del 1626

Il riconoscimento universale del culto non tardò a giungere dalla Santa Sede. Nel 1626 papa Urbano VIII decretò l'inserimento ufficiale di santa Rosalia nel Martyrologium Romanum, stabilendo nel calendario liturgico universale la duplice commemorazione del 15 luglio, anniversario del ritrovamento delle spoglie, e del 4 settembre, memoria del suo dies natalis.

La ratifica pontificia consacrò il culto della vergine palermitana oltre i confini del Regno di Sicilia, offrendo alla Chiesa post-tridentina un modello perfetto di verginità, penitenza solitaria e potente patrocinio contro i flagelli pestilenziali. Il provvedimento papale non richiese un formale processo di canonizzazione ordinario presso la Sacra Congregazione dei Riti, ma confermò formalmente la secolare devozione per equipollenza.

L'elaborazione dottrinale e l'opera di Giordano Cascini del 1627

La codificazione testuale della vita e dei miracoli della santa fu affidata al padre gesuita Giordano Cascini, che nel 1627 diede alle stampe a Palermo l'opera in tre tomi intitolata Vitae Sanctae Rosaliae Virginis Panormitanae. Il testo di Cascini riorganizzò le sparse memorie orali, le epigrafi medievali e i verbali dell'epidemia del 1624 all'interno di un impianto agiografico rigoroso e intriso di retorica barocca.

L'erudizione del segretario del Senato Filippo Paruta, la cui figura e attività civico-culturale sono illustrate nel saggio biografico su Filippo Paruta nella Treccani, fornì un solido supporto documentario alle pubblicazioni civiche dell'epoca. Nei decenni successivi studiosi e folkloristi, tra cui spicca Giuseppe Pitrè con i suoi studi etnografici sulle tradizioni popolari siciliane, documentarono come tale impianto dottrinale avesse ridefinito la pietà collettiva isolana.

L'iconografia barocca: la codificazione di Anthony van Dyck

Negli stessi mesi drammatici del 1624-1625, il celebre pittore fiammingo Anthony van Dyck rimase bloccato in quarantena a Palermo. Su commissione del cardinale Doria e dei mercanti genovesi residenti, l'artista creò la formula visiva definitiva della santa, destinata a una straordinaria diffusione europea.

Nei dipinti di Van Dyck, santa Rosalia è ritratta con una veste di ruvido panno eremitico dorato-bruno, i lunghi capelli sciolti sulle spalle, lo sguardo rivolto al cielo in atto di fervida intercessione e le mani protese verso la città sottostante. Ai suoi piedi compaiono gli attributi iconografici tipici: il teschio simbolo di penitenza e vittoria sulla morte, la corona di rose e gigli che allude al nome e alla purezza virginale, e sullo sfondo il panorama del porto di Palermo dominato dal lazzaretto e dal profilo inconfondibile di Monte Pellegrino.

L'urna argentea del 1631 nella Cattedrale di Palermo

Per custodire degnamente le ossa dell'anacoreta, il Senato di Palermo e l'arcivescovado commissionarono ai più insigni argentieri e cesellatori della città una monumentale cassa reliquiario. Conclusa nel 1631, l'urna argentea costituisce uno dei vertici dell'oreficeria barocca siciliana.

Il manufatto, conservato permanentemente nella cappella dedicata alla santa all'interno della navata meridionale del duomo cittadino, è illustrato nelle sue vicende conservative sul portale della Cattedrale Metropolitana Primaziale di Palermo. L'arca d'argento, sormontata dalla statua giacente della santa e decorata da altorilievi narranti i momenti salienti della peste e dell'invenzione, viene esposta alla venerazione solenne durante i festeggiamenti di luglio e settembre.

La nascita del Festino e il Carro Trionfale lungo il Cassaro

A partire dalla metà del Seicento, le celebrazioni per l'anniversario del ritrovamento delle reliquie assunsero la forma monumentale del Festino, una straordinaria macchina scenografica che trasformò il tessuto urbano di Palermo. Elemento centrale della festa civica divenne il Carro Trionfale, una gigantesca struttura mobile a forma di nave o di architettura allegorica che ospita la statua della santa e la banda musicale.

Ogni anno, nella notte tra il 14 e il 15 luglio, il Carro percorre l'antico asse viario di via Vittorio Emanuele (il Cassaro), muovendo dal piano della Cattedrale fino a Porta Felice e al Foro Italico sul fronte a mare. La sfilata, scandita dal tradizionale grido «Viva Palermo e santa Rosalia!», si conclude con fastosi giochi pirotecnici sul golfo, suggellando il patto indissolubile tra la cittadinanza, le magistrature comunali e la sua protettrice celeste.

L'Acchianata a Monte Pellegrino e la dimensione del santuario

Accanto ai fasti civici e barocchi del Festino di luglio, la devozione popolare palermitana mantiene una dimensione penitenziale legata alla festività liturgica del 4 settembre. In tale occasione migliaia di pellegrini compiono la cosiddetta Acchianata («salita»), percorrendo a piedi lungo l'antica Scala Vecchia i sentieri rocciosi che conducono alla sommità di Monte Pellegrino.

Sulla cima, a quasi 400 metri sul livello del mare, il Santuario di Santa Rosalia ingloba la grotta naturale trasformata in chiesa seicentesca. All'interno della cavità umida, protetta da una teca marmorea e bronzea secentesca realizzata da Gregorio Tedeschi, la celebre statua giacente della santa in marmo bianco, rivestita da una lamina dorata donata da Carlo III di Borbone, segna il punto esatto in cui avvenne il rinvenimento dei resti nel 1624.

Discrepanze storiografiche e limiti documentari

La ricostruzione storica della figura di Rosalia Sinibaldi presenta elementi di dibattito storiografico che distinguono la documentazione medievale dalla produzione agiografica secentesca. Tra i principali nodi critici figurano:

  • La cronologia della morte: la tradizione agiografica consolidata fissa il trapasso al 4 settembre 1170 all'età di circa quarant'anni, mentre precedenti indagini storiche e letture epigrafiche retrodatano la morte al 1166, all'età di trentacinque anni.
  • I titoli nobiliari e la genealogia: le narrazioni che attribuiscono al padre Sinibaldo la discendenza diretta dalla stirpe imperiale di Carlo Magno e il possesso dei feudi di Monte delle Rose e Quisquina sono elaborazioni letterarie barocche non supportate da diplomi d'archivio coevi del regno normanno.
  • La fisionomia delle reliquie: l'autenticazione del 1624 rispondeva ai parametri canonici e scientifici della medicina del primo Seicento, pur avendo aperto nei secoli successivi discussioni in ambito medico-legale e antropologico circa la composizione del deposito osseo originario.

Tali divergenze non intaccano il valore storico-sociale dell'avvenimento del 1624, che segnò la nascita dell'identità moderna di Palermo attorno alla figura della sua Santuzza.

Fonti e letture documentarie

  • Cattedrale Metropolitana Primaziale di Palermo — Documentazione storica sulla cappella, sull'arca argentea del 1631 e sulla custodia delle reliquie: https://cattedrale.palermo.it/
  • Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani) — Voce biografica su Giannettino Doria, arcivescovo di Palermo durante l'epidemia di peste del 1624: https://www.treccani.it/enciclopedia/giannettino-doria_(Dizionario-Biografico)/
  • Istituto della Enciclopedia Italiana (Treccani) — Voce biografica su Filippo Paruta, segretario del Senato palermitano e cronista del Seicento: https://www.treccani.it/enciclopedia/filippo-paruta_(Dizionario-Biografico)/

Domande frequenti

Quando e come furono trovate le reliquie di santa Rosalia?

Le reliquie furono scoperte il 15 luglio 1624 all'interno di una grotta sul Monte Pellegrino a Palermo. Gli scavi, motivati da tradizioni devozionali durante una grave epidemia di peste, portarono alla luce resti ossei incastonati nelle concrezioni calcaree della roccia.

Quale ruolo svolse il cardinale Giannettino Doria nella vicenda?

L'arcivescovo Giannettino Doria guidò il processo di autenticazione canonica istituendo una commissione di teologi e medici. Dopo un rigoroso esame peritale, Doria confermò l'autenticità dei resti e autorizzò la solenne processione del 9 giugno 1625 per le vie della città.

Perché santa Rosalia viene invocata contro le pestilenze?

La devozione nacque dalla concomitanza tra la traslazione delle sue reliquie nel 1625 e il progressivo regresso della peste a Palermo. Nel 1626 papa Urbano VIII ne estese il patronato universale inserendola nel Martirologio Romano come protettrice contro i contagi.

Che cosa rappresenta il Festino di Santa Rosalia?

Istituito a metà del Seicento, il Festino è la solenne celebrazione civico-religiosa che si tiene ogni anno a luglio a Palermo. Culmina nella sfilata del Carro Trionfale lungo il Cassaro, rievocando la liberazione della città dalla peste del 1624.

Quali sono gli attributi iconografici tipici di santa Rosalia?

Fissati dal pittore fiammingo Anthony van Dyck nel 1624-1625, i simboli principali comprendono la corona di rose e gigli, il saio da eremita, il teschio da penitente e la vista panoramica del golfo di Palermo ai suoi piedi.

Cosa differenzia il Festino di luglio dall'Acchianata di settembre?

Il Festino di luglio è una festa civica monumentale incentrata sul Carro Trionfale e sull'anniversario del ritrovamento delle reliquie; l'Acchianata del 4 settembre è un pellegrinaggio penitenziale a piedi verso il santuario di Monte Pellegrino per il dies natalis.