L'icona della Madonna del Perpetuo Soccorso sull'Esquilino: storia materiale, vicende romane e restauri

Ábside con el icono original de Nuestra Señora del Perpetuo Socorro en la iglesia de San Alfonso de Ligorio en Roma.

La tavola cretese e le caratteristiche materiali del manufatto

L'icona originale venerata con il titolo di madonna del perpetuo soccorso è un dipinto a tempera su tavola di legno di noce dalle dimensioni di 54 per 41,5 centimetri. I caratteri stilistici, la composizione e le moderne analisi chimico-fisiche collocano l'opera nell'alveo della scuola cretese, fiorita tra il 1325 e il 1480 circa. Durante questo periodo storico, l'isola di Creta, sotto l'amministrazione della Serenissima Repubblica di Venezia, costituì il centro nevralgico di una produzione artistica capace di coniugare il rigore dell'arte bizantina con la sensibilità cromatica e narrativa occidentale. L'utilizzo del supporto in noce e la preparazione a gesso e colla testimoniano le prassi consolidate delle botteghe dell'Egeo, confutando le leggende devozionali tardive che attribuivano la pittura direttamente a san Luca Evangelista.

Sotto il profilo tipologico, il manufatto appartiene alla classe iconografica della Vergine della Passione, denominata nella tradizione orientale Amòlyntos (l'Incontaminata). L'impianto figurativo presenta la Theotokos a mezzo busto mentre regge il Figlio sul braccio sinistro, circondata nel registro superiore da due figure angeliche a figura ridotta recanti le arma Christi: l'arcangelo Michele reca la lancia e la spugna imbevuta di aceto, mentre l'arcangelo Gabriele sostiene la croce greca a quattro bracci e i chiodi.

L'approdo a Roma e la traslazione a San Matteo in Merulana nel 1499

Le prime attestazioni storiche documentate circa la presenza dell'opera a Roma risalgono alla fine del Quattrocento. La memoria tradizionale, registrata su un'antica pergamena conservata presso l'archivio della chiesa di San Matteo in Merulana, riferisce che la tavola fu condotta da Creta a Roma da un mercante marittimo. Dopo la scomparsa dell'uomo e un periodo di collocazione privata in una dimora patrizia, una serie di visioni interiori riferite da una bambina indicò l'antico tempio esquilino come sede stabilita per l'esposizione al pubblico.

Il 27 marzo 1499 l'icona fu solennemente traslata e intronizzata nella chiesa di San Matteo in Merulana, officiata dai religiosi eremitani dell'Ordine di Sant'Agostino. La storiografia contemporanea inquadra questa narrazione come una testimonianza fondativa propria della letteratura ecclesiastica dell'epoca, concepita per legittimare la transizione dell'opera dal collezionismo privato all'uso liturgico pubblico lungo la direttrice sacra che collegava la basilica di Santa Maria Maggiore a quella di San Giovanni in Laterano.

La testimonianza epigrafica del 1579 e la devozione rinascimentale

Nel corso del XVI secolo il santuario esquilino divenne un centro primario di culto mariano per la cittadinanza romana. La formalizzazione documentaria del titolo avvenne in piena età post-tridentina: nel 1579 fu posta sull'architrave del portale d'ingresso della chiesa di San Matteo una celebre epigrafe marmorea che recava la formula dedicatoria in lingua latina Deiparae Virgini Mariae succursus perpetui. Questa iscrizione fissò ufficialmente la denominazione di madonna del perpetuo soccorso, differenziando la devozione romana da quella medievale della «Madonna del Soccorso», tradizionalmente raffigurata nell'atto di impugnare un bastone contro il diavolo.

Le indagini d'archivio pubblicate nello Spicilegium Historicum dall'Istituto Storico dei Redentoristi hanno confermato come la manutenzione e la cura liturgica dell'altare maggiore di San Matteo rimasero ininterrotte per oltre due secoli attraverso visite apostoliche, inventari capitolari e lasciti testamentari.

La distruzione napoleonica del 1798 e il trasferimento a Sant'Eusebio

La continuità della venerazione pubblica sull'Esquilino fu recisa nel febbraio 1798 con l'occupazione delle truppe napoleoniche e la conseguente proclamazione della Repubblica Romana. Per ragioni di allineamento urbanistico e presidio militare, il comando militare francese dispose la demolizione sistematica dell'intero complesso conventuale e della chiesa di San Matteo in Merulana, come documentato dagli studi storici e archeologici dell'Universität Zürich.

I religiosi agostiniani riuscirono tuttavia a mettere in salvo i beni mobili più insigni, staccando la tavola mariana prima della distruzione definitiva delle murature. I padri si trasferirono provvisoriamente con la venerata immagine presso il vicino convento di Sant'Eusebio all'Esquilino, preservando il manufatto dal rischio di requisizioni patrimoniali o danni bellici.

L'oratorio di Santa Maria in Posterula e il periodo di occultamento

Nel 1819 i frati agostiniani irlandesi dovettero abbandonare anche la sede di Sant'Eusebio e ricevettero in assegnazione il convento di Santa Maria in Posterula, nei pressi della riva sinistra del Tevere. Poiché la chiesa parrocchiale di Posterula era già dedicata al culto della storica «Madonna delle Grazie», i religiosi decisero di non esporre la tavola cretese della Passione sugli altari aperti al pubblico.

L'icona fu dunque sistemata nell'oratorio privato del convento, rimanendo sottratta alla venerazione pubblica per oltre quarant'anni. In questa lunga fase di isolamento, la memoria comunitaria del dipinto di San Matteo andò progressivamente sbiadendo nel tessuto urbano di Roma, custodita unicamente dalle testimonianze orali dei religiosi anziani e dei giovani accoliti della comunità monastica.

La riscoperta della memoria: dal sermone del Gesù alla testimonianza di Marchi

La riscoperta della storia dell'icona avvenne intorno alla metà dell'Ottocento, in coincidenza con l'acquisto nel 1855 dei terreni di Villa Caserta da parte della Congregazione del Santissimo Redentore. I Misionari Redentoristi scelsero l'area di Via Merulana per edificare la loro curia generalizia e la chiesa dedicata a sant'Alfonso Maria de Liguori, ignorando in quel momento che il cantiere insisteva esattamente sul sedime della scomparsa chiesa di San Matteo.

Il 7 febbraio 1863 il padre gesuita Francesco Blosi pronunciò un'appassionata predica nella chiesa del Gesù, ricordando la gloriosa icona esquilina scomparsa nel 1798 e auspicando che la pittura potesse tornare a risplendere a beneficio dei fedeli. Tra i religiosi redentoristi che ascoltarono la relazione del sermone vi fu don Michele Marchi: egli ricordò nitidamente come, durante gli anni in cui prestava servizio come chierichetto a Santa Maria in Posterula, il vecchio fratello agostiniano Agostino Orsetti gli avesse mostrato la tavola nascosta nella cappella interna rivelandogli che si trattava della celebre Vergine di San Matteo.

Il rescritto di Pio IX del 1865 e l'affidamento ai Redentoristi

Ottenuta la certezza dell'identità della tavola e constatata la coincidenza topografica tra la nuova chiesa di Sant'Alfonso e l'antico sito di San Matteo, il Superiore Generale dei Redentoristi, padre Nicolás Mauron, inviò una supplica formale alla Santa Sede nel dicembre del 1865.

L'11 dicembre 1865 papa Pio IX accolse la richiesta emanando un apposito rescritto pontificio con il quale dispose il trasferimento dell'opera ai Redentoristi, affidando loro oralmente il mandato universale di far conoscere l'immagine mariana nel mondo intero. Prima della cerimonia di ricollocazione, il dipinto fu sottoposto a una cauta operazione di spolveratura e consolidamento estetico ad opera del pittore Leopold Nowotny.

La reposizione del 1866 e la solenne coronazione pontificia del 1867

Il 26 aprile 1866 una processione trionfale attraversò le vie del rione Monti e dell'Esquilino per accompagnare la definitiva reposizione dell'icona sull'altare maggiore della chiesa di Sant'Alfonso in Via Merulana, riaprendo formalmente il santuario all'afflusso dei pellegrini romani e internazionali.

Il 23 giugno 1867 il Capitolo Vaticano decretò la solenne coronazione canonica dell'icona della madonna del perpetuo soccorso. La cerimonia liturgica fu officiata dal Patriarca Latino di Costantinopoli, monsignor Ruggero Luigi Emidio Antici Mattei, che impose due corone d'oro arricchite da pietre preziose sopra le figure di Maria e del Bambino. La festività liturgica fu successivamente fissata nel calendario romano in data 27 giugno.

Analisi iconografica: simbologia della Theotokos, degli Arcangeli e della sandalia

L'impianto figurativo e cromatico della tavola è denso di significati teologici codificati dalla civiltà bizantina:

  • La Vergine Madre: Maria è raffigurata con un maphorion blu scuro gallonato in oro, sovrapposto a una tunica rossa tipica delle imperatrici costantinopolitane. La mano destra indica il Salvatore mentre la sinistra ne sostiene il corpo, concretizzando il modello della Vergine Odighitria (Colei che indica la Via). Il suo sguardo dolce e severo non guarda il Figlio, ma fissa direttamente l'orante.
  • Gli arcangeli della Passione: Michele e Gabriele si librano nei cantoni superiori reggendo a mani velate i simboli del supplizio, in segno di venerazione liturgica sacerdotale. Le iscrizioni calligrafiche greche (MP OY, IC XC, OA M, OA G) qualificano teologicamente le identità dei personaggi.
  • Il Bambino Gesù e la calzatura slacciata: il Cristo è raffigurato con una tunica verde cinta da una fascia scarlatta e un mantello ocra lumeggiato in oro (agemina). Egli si aggrappa con entrambe le mani alla destra materna, mentre dal piede destro pende la sandalia slacciata, lasciando scoperta la pianta del piede.

La critica esegetica propone due chiavi di lettura complementari: una lettura pastorale e affettiva, secondo cui il Bambino sussulta atterrito scorgendo anticipatamente la Passione, e una lettura teologico-dogmatica, radicata nell'Antico Testamento (Dt 25, 9-10; Rt 4, 7-8), in cui la rimozione della calzatura simboleggia il riscatto nuziale dell'umanità e l'assunzione del debito di redenzione da parte del Redentore.

L'attribuzione storico-artistica: scuola cretese e influsso di Andreas Ritzos

Sotto il profilo attributivo, gli storici dell'arte medievale e bizantina inseriscono l'opera nel pieno del Quattrocento candiota. Sebbene la perizia tecnica del panneggio dorato e la raffinata modellazione del chiaroscuro negli incarnati abbiano indotto diversi studiosi ad accostare l'icona alla cerchia o alla bottega diretta del caposcuola Andreas Ritzos (1421–1492), l'assenza di sigle o firme documentate sul supporto impone di catalogare l'icona come capolavoro di un maestro cretese anonimo.

Tale maestro operava per le committenze ibride dell'impero marittimo veneziano, diffondendo tavole devozionali caratterizzate da un altissimo livello esecutivo sia in ambiente ortodosso sia in ambiente cattolico latino.

Lo studio diagnostico e il restauro scientifico dei Musei Vaticani del 1990

Tra il 1990 e il 1992 la tavola è stata accolta nei laboratori di restauro dei Musei Vaticani per un'indagine diagnostica approfondita e un meticoloso intervento conservativo diretto dal capo restauratore Maurizio De Luca. L'intervento è descritto nelle relazioni del Santuario della Madonna del Perpetuo Soccorso.

Le analisi per spettrometria a fluorescenza X (XRF), la riflettografia infrarossa (IRR) e i microcarotaggi stratigrafici hanno accertato la perfetta autenticità del fondo in foglia d'oro e dei pigmenti originali a base di cinabro, azzurrite, biacca e terre naturali. Il restauro ha consentito di rimuovere i depositi carboniosi, le vernici alterate del XIX secolo e le ridipinture arbitrarie, risarcendo le fessurazioni del legno di noce e restituendo la piena brillantezza cromatica originaria all'icona della madonna del perpetuo soccorso nel pieno rispetto della sua secolare vicenda storica.

Fonti e documentazione storica

  • Santuario Sant'Alfonso all'Esquilino: Documentazione storica e archeologica sull'icona della Vergine, consultabile sul portale istituzionale: https://www.perpetuosoccorso.it
  • Istituto Storico dei Redentoristi (Roma): Spicilegium Historicum 64 (2016), studi critici e contributi archivistici sulle vicende di San Matteo in Merulana: https://www.santalfonsoedintorni.it/spicilegium-historicum-64-2016.html
  • Universität Zürich (Kunsthistorisches Institut): Ricerche sulle chiese scomparse di Roma e l'area esquilina nel XVIII secolo: https://www.uzh.ch
  • Laboratori di Restauro dei Musei Vaticani: Relazione tecnica d'intervento e indagini riflettografiche sulla tavola cretese della Passione (1990-1992).

Domande frequenti

Dove si trova custodita oggi l'icona originale della Madonna del Perpetuo Soccorso?

La tavola originale è conservata sull'altare maggiore della chiesa di Sant'Alfonso all'Esquilino, in Via Merulana a Roma, sede generalizia dei Padri Redentoristi, e non nella vicina Basilica di Santa Maria Maggiore.

Quali sono le dimensioni e il supporto materiale dell'icona?

L'opera è dipinta a tempera su una tavola in legno di noce di 54 per 41,5 centimetri, con fondo dorato e preparazione a gesso e colla tipica della scuola cretese del XIV-XV secolo.

Perché la chiesa di San Matteo in Merulana fu demolita nel 1798?

L'antico edificio agostiniano venne raso al suolo nel febbraio 1798 dalle truppe francesi di occupazione per scopi strategico-militari durante le vicende belliche della prima Repubblica Romana.

Cosa significa il dettaglio della sandalia pendente dal piede di Gesù?

Oltre alla spiegazione popolare del sussulto infantile per la visione della Passione, l'iconografia bizantina collega il calzare slacciato al simbolo biblico del diritto di riscatto e della redenzione umana operata da Cristo.

Chi è l'autore accertato dell'icona?

La tavola è formalmente catalogata come opera anonima della scuola cretese; la critica storico-artistica ravvisa affinità tecniche con la cerchia di Andreas Ritzos (1421-1492), ma senza attestazioni documentarie definitive.

Quali esami scientifici sono stati eseguiti sull'opera nel 1990?

Presso i laboratori dei Musei Vaticani sono state effettuate riflettografie a infrarossi, analisi a fluorescenza di raggi X (XRF) e prelievi microstratigrafici per analizzare i pigmenti quattrocenteschi e rimuovere le verniciature ottocentesche degradate.